Quanto più diventiamo trasperenti alla nostra propria luce,
restauriamo la luce del mondo.
Rachel Naomi Remen
Il maestro buddista Chogyam Trungpa diceva
che lo scopo della vita consiste semplicemente nell’andare avanti e fare
della vita una sorta di “risveglio” invece di rimanere “addormentati”.
La capacità di continuare ci aiuta a percepire che nessun problema è
senza uscita. Andare avanti significa non lasciarsi prendere
dall’inerzia, dalla paura o dall’ irritazione.
Il miglior modo di liberarsi dal passato è fare la pace con noi stessi
al momento presente. Fare la pace con qualsiasi ricordo o sentimento che
possa sorgere. In modo che, piano piano, non saremo più “catturati” da
questi ricordi.
Facciamo in modo che le antiche immagini di noi stessi vadano via.
Continuiamo, semplicemente, a muoverci in avanti. Niente più ci fa
fermare. Sapiamo come continuare positivamente, visto che siamo connessi
con la nostra fiducia di base, con la nostra bontà fondamentale.
Il coraggio è l’abilità di muovesi verso il futuro, senza guardare in
dietro: staccarsi dal passato. Mi ricordo di un fatto accaduto a Lama
Segyu Rimpoche. Lui mi ha raccontato che dopo anni che era andato a
vivere negli Stati Uniti, ha trovato a casa della mamma, una scatola
chiusa, rimanenza del trasloco. Non ha avuto dubbi: ha bruciato la
scatola senza aprirla. “Cosi, non avrebbe svegliato la mente dell’
attaccamento”, mi ha detto lui. Dopo aver trascorso tanti anni senza
avere il bisogno delle cose che c’erano dentro la scatola, non c’era la
necessità di aprirla per sapere che il suo contenuto era un “carico
extra”. Questo fatto tante volte mi frena a non rovistare nelle storie
passate che hanno gia esaurito il loro contenuto. Ci sono dei momenti,
in cui bisogna saper contenere la propria curiosità e bruciare le nostre
“scatole”, prima che non siamo più in grado di controllare l’impulso di
aprirle.
Ci sono, però, dei momenti in cui andare in soffittta a rovistare nelle
“scatole” del passato può essere molto terapeutico. Da quando ho
cominciato a scrivere questo libro, ho ripreso l’abitudine di rileggere
i miei quaderni d’appunti. Ho sempre avuto l’abitudine di scrivere i
miei sogni, sessioni di terapia e frasi chiave che ho sentito dai Lama.
Adesso, quando leggo delle cose scritte più di dieci fa, percepisco come
sono ancora attaccata a certi modelli e come sono riuscita a liberarmi
di altri. Qualche sogno era premonitore. Certi insegnamenti, oggi, hanno
più impatto su di me, di allora, quando li ho scritti.
Come dice John Welwood: “Visto che l’auto-immagine ha come supporto
delle vecchie storie- credenze che noi stessi ci raccontiamo su ´come è
la realtà´ – fare luce su di esse è un passo essenziale per rilassare la
soggezione ad una identità”1.
Ci vediamo nelle terre pure
Da quando mio figlio, Lama Michel Rinpoche, con 12 anni è diventato
monaco ed é andato a vivere al monastero di Sera Me, nel sud dell’India,
ho dovuto imparare a dire addio, cioè, a non guardare indietro. Per
qualche anno di seguito, ci ritrovavamo soltanto una volta all’anno per
due settimane. Avevamo il seguente accordo: in aeroporto, dopo l’ultimo
abbraccio, ognuno doveva andare avanti, senza guardare indietro.
Una volta sono arrivata a programmarmi internamente per vivere queste
due settimane di forma “molto consapevole”. Eravamo a Kathmandu, in
Nepal. Nella prima settimana ero abbastanza sciolta, senza pensare alla
partenza. Dopo, nella seconda, mi sono allenata ogni giorno per imparare
a separarmi fisicamente da coloro che amo, ispirata nella realtà di
dover sapere dire addio alle persone care, quando dovrò morire io!
Allora, ogni giorno sceglievo di staccarmi da mio figlio per stare con
me stessa in modo diverso: “mi sono portata a pranzo”, “mi sono portata
a visitare un tempio” e così via. Lui non sapeva che, dentro di me,
seguivo una programazione interna, quando gli dicevo: “Oggi non pranzo
con te, ci vediamo dopo”. Ho sentito, da allora, interiorizzata la
motivazione di trattare le separazioni in modo consapevole. Spero che
nell’ora della morte io abbia già la mente programmata per pensare:
“Oggi non saremo assieme, ci vedremo dopo nelle Terre Pure.
Quando la separazione di una persona cara è inevitabile, c’è il rischio
di abbandonarci e andarsene con lei”. Il risultato sarà che ci sentiremo
vuoti e melancolici, perchè non abbiamo noi stessi per tenerci compania.
Dobbiamo imparare a tenere il fuoco della nostra casa interiore acceso,
per trovare l’accoglienza del calore interno quando rientriamo a “casa
nostra”, contando soltanto su di noi. Così come dovremo sapere “ tornare
a casa” al momento della morte.
Secondo il buddismo, quando la mente viene purificata dalle impronte
mentali negative, possiamo rinascere nelle Terre Pure dei Budda, dove
avremo un corpo e mente puri, vivendo continuamente la pace interiore ,
e così potremo concludere la nostra evoluzione spirituale per ritornare
alla sfera impura del Samsara in condizioni di essere d’aiuto a tutti
gli esseri, e così portarli all’ Illuminazione.
Le Terre Pure non esistono di per sè, come un posto “nel cielo”. E’ il
risultato dello stato mentale estremamente sottile e puro. Lama Gangchen
Rinpoche, nel suo libro NgelSo Autoguarigione Tantrica III, descrive le
Terre Pure, quando finalmente avremo raggiunto l’lluminazione, cioè,
come il completo rilassamento e rigenerazione NgalSo della nostra
energia di vita essenziale:
“Quando la mente di luna piena illuminata sorge,
capiamo che le Terre Pure sono state sempre nel nostro cuore
però, il velo dell’attaccamento a se stesso e l’ignoranza,
le visioni comuni e i pensieri comuni,
semplicemente ci impediscono di vederle,
oppure fa che le cerchiamo nel posto sbagliato!”2
Ho imparato a superare il dolore della nostalgia di mio figlio, quando
ho riconosciuto che l’amore che ci nutre emana della fiducia nel nostro
legame tra madre e figlio, e così, non dipende dal fatto di poterci
incontrare o meno. Come ha detto Sogyal Rinpoche una volta nei suoi
insegnamenti: “Quando sentiamo che abbiamo ricevuto tutto quello che ci
piacerebbe ricevere di una persona, lasciamola andare”. Ossia, la
soddisfazione è l’antidoto naturale dell’attaccamento.
Coraggio per andare avanti e realizzare la nostra vocazione
Quando si scopre la propria vocazione, sorge in noi, simultaneamente, un
profondo sentimento di coraggio. Ci sentiamo molto vicini a noi stessi
quando capiamo la verità interna che non può essere più negata. Di
consequenza, c’è l’ impegno all’idea di abbandonare tutto quello che ci
impediva d’andare in direzione del nostro destino.
“Andare incontro al proprio destino è realizzare pienamente il
potenziale che è stato sempre dentro di noi. È come udire un apello e
rispondergli, far sbocciare tutte le nostre potenzialità e seguire una
vocazione. E stranamente il mondo, ci contracambia quando facciamo ciò.
Un buon modo di sapere se uno è sulla giusta via e che stiamo facendo
quello per cui siamo nati, è che il mondo ci apre le porte”3.
Joseph Campbell ci da un’ottima dritta di come scoprire la nostra
vocazione nel suo libro Riflessioni sull’Arte di Vivere: “Quando Jung
decise di tentare di scoprire il mito secondo il quale viveva, si
domandò, ´Qual era il gioco che mi piaceva di più da bambino?` La
risposta fu: costruire piccole città e strade di pietra. Così comprò una
proprietà e, per gioco, cominciò a costruire una casa. Era un lavoro
duro, assolutamente non necessario, poiché Jung aveva già una casa, ma
era un modo appropriato di costruirsi uno spazio sacro. Era un puro
esemplice gioco. Che cosa, quando eravate bambini, creava una dimensione
d´eternità, cancellava la nozione del tempo? Là si cela il mito secondo
il quale.”4
Noi tutti abbiamo bisogno di conoscere la nostra vocazione: quello che
abbiamo di particolare da offrire al mondo. Non seguire la nostra
vocazione rappresenta un problema sia per noi, che per gli altri, perchè
quando ci arrendiamo all’inerzia della vita, diventiamo anche di peso
per coloro che sono intorno a noi.
Jean Yves Leloup nel suo libro “Strade per la Realizzazione”, fa
l’analisi della storia di Giona e la Balena, raccontata nell’Antico
Testamento, della Bibbia: ci può insegnare sulle paure e le resisteze
con cui affrontiamo la ricerca per la nostra vocazione.
Dio ordina a Giona d’andare nella violenta città di Nìnive a predicare
La Sua Parola. Giona, però, gli disobbedisce e prende una barca per
Tarsis, città di balneazione. Si scatena una forte tempesta. I marinai
buttano tutto il carico della barca in mare per evitare che vada a
picco. Comunque, il mare continua incredibilmente ad essere agitato e il
pericolo del naufragio è imminente. Il capitano decide allora di cercare
Giona, che era sceso nella stiva. Quando lo vede sdraiato, dormendo un
sonno profondo, gli dice: “Come puoi dormire così profondamente? Come
puoi dormire in mezzo a questa disperazione che ci fa soccombere?
Alzati, svegliati, invoca il tuo Dio. Forse questo tuo Dio può
ascoltarci, forse con questo tuo Dio, non periremo”. Nel frattempo,
mentre giocavano a dadi, i marinai preocupati hanno identificato Giona
come il responsabile della perturbazione. Lui finalmente confessa di
avere disubidito Dio, e chiede di essere sbattuto in mare. La tempesta
allora cessa. Quando viene buttato in mare, Giona viene inghiottito da
una balena, dentro la quale rimane per tre giorni fino a quando si pente
e chiede a Dio di dargli una seconda opportunità, allora viene espulso
dalla balena e finalmente prosegue per Ninive.
“Perciò, Giona in un primo momento, è l’archetipo dell’ uomo sdraiato,
addormentato, dell’ uomo che non vuole alzarsi e compiere nessuna
missione. É l’archetipo dell’uomo che fugge, che fugge dalla sua
identità, che fugge dalla sua parola interiore, che fugge da questa
presenza del Sé all interno dell`io. Questa fuga dalla sua voce
interiore andrà a provocare un certo numero di problemi all’esterno di
lui”5. Coloro che si rifiutano a conoscersi dentro e non seguono i loro
desideri più profondi, portano dei problemi agli altri!
Un secondo momento, quando Giona dentro la balena, decide ritornare al
suo sentiero, lui non teme più niente. Come scrive Jean Yves Leloup: “ci
sono dei momenti in cui non possiamo più raccontarci delle bugie,
raccontarci delle storie. Noi siamo costretti ad essere autentici, non
possiamo più scappare. L’archetipo di Giona è anche un invito a tuffarci
nelle profondità del nostro inconscio, per passare attraverso le ombre,
per tufarci nella nostra sperienza della morte, ed accettare che il
nostro essere è mortale, per scoprire, in noi, quello che non muore”7.
Nyang-de : andare oltre al risentimento
Se decidiamo di diventare qualcuno che si dedica con tutto il cuore a
utilizzare la vita per il risveglio, dobbiamo superare la difficoltà di
trattare il disagio dei cambiamenti.
Quando siamo coscienti che abbiamo delle resistenze per accettare un
cambiamento imminente, è utile domandarci: “Cosa dovrà morire adesso
dentro di me, per nascere in questa nuova fase con forza e fiducia?”La
risposta è sicura: I nostri risentimenti.
Tenersi dei risentimenti ci fa sentire stanchi e senza voglia di
iniziare nuovi progetti, i risentimenti rivelano quanto siamo
paralizzate dalle limitazioni. Interne ed esterne. Rimanere legati ai
risentimenti consuma la nostra energia vitale.
Il Dalai lama ha spiegato che il termine tibetano per nirvana è
nyang-de, che si traduce letteralmente “oltre il risentimento”. In
questo contesto, risentimento fa riferimento alle afflizioni mentali; in
modo che il nirvana realmente designa lo stato d’essere libero dalle
emozioni e dai pensieri angoscianti. Il nirvana è l’immunità alla
sofferenza e alle cause della sofferenza. Quando percepiamo il nirvana
in questi termini, cominciamo a renderci conto del significato veritiero
della felicità genuina. Possiamo allora visualizzare la possibilità di
liberarci totalmente dalla sofferenza.8
Ogni volta che saremo capaci di interiorizzare e ascoltare la nostra
paura saremo in grado di maturare il nostro potenziale di coraggio.
Quando riconosci la paura, ripeti a te stesso: “Io ti conosco, so dove
mi porti, non ho più voglia di seguirti”. Concentrati, allora,
nell’intenzione di esprimere la tua vocazione. E finalmente ricordati:
non tutto quello che affligiamo ci succede. Il novanta per cento delle
nostre paure sono soltanto delle abitudini, idee preconcette. Muoviti
verso il futuro, fidati di lui!
Meditazione per guarire dai risentimenti
In silenzio, riporta tutte le energie del corpo e della mente nella tua
casa interiore.
Riposa nel tuo spazio interiore il tempo necessario. Di seguito, con
tutto il tuo cuore, invoca nello spazio di fronte a te l´Essere Sacro
che tu sai su cui puoi contare, oppure una luce potente del colore che
tu, in questo momento, sai di avere, la guarigione di cui hai bisogno.
Considera che questo Essere o questo colore non sono soltanto il
risultato della tua immaginazione, ma si lavera l’espressione della tua
connessione con la fonte guaritrice.
Riconosci con sincerità i tuoi risentimenti e apriti per ricevere la
guarigione: visualizza raggi di luce uscenti dall’Essere Sacro, da
questa fonte di luce, i quali poi penetrano nella sommità del tuo capo.
Velocemente, riempono il tuo corpo di luce, purificando all’istante i
tuoi risentimenti. Guarda il tuo corpo completamente pieno di luce.
Pien piano, il tuo corpo di luce diminuisce fino a trasformarsi in un
punto luminescente che si scioglie nell’ intensità della luce
dell’Essere Sacro di fronte a te.
Porta questa luce sacra al centro del tuo cuore. Senti la tua coscienza
un’altra volta centrata dentro tuo corpo. Prendi la determinazione di
coltivare questo stato mentale, semplice e naturale, anche dopo che hai
aperto gli occhi.
Per finire, ringrazia la fonte guaritrice, la purificazione ricevuta e
condividi quest’energia guaritrice con coloro che ne hanno bisogno.
1 John Welwood, Alquimia do amor, Ed.
Ediouro,p.139.
2 Lama Gangchen Rinpoche, NgelSo Autocura Tântrica III, Ed. Gaia, p.174.
3 Márcia Mattos, O Livro das atitudes Astrologicamente Corretas, Ed
Campus,p.122
4 Joseph Campbell, Riflessioni sull´arte di vivere, Ed.Guanda,p.163
5 Jean-Yves Leloup, Caminhos da Realização, Ed.Vozes, p.22
7 Jean-Yves Leloup, Caminhos da Realização, Ed.Vozes, p.29
8 Jean-Yves Leloup, Caminhos da Realização, Ed.Vozes, p.67