Quando ci diciamo: “Ho fatto quanto potevo e non è andato bene” più di
tre volte sullo stesso soggetto è ora di desistere: andarsene,
sconnettersi dalla fonte della frustrazione.
Desistiamo da qualcuno o da una situazione quando facciamo la decisione
di non lasciarci più toccare da essa. Non basta non volerla più. É
necessario andare avanti, cioè, non aver più bisogno né di sentire né di
parlare su qualcosa o qualcuno che ci porti a sentire innumerevoli volte
che le nostre attitudini sono inutili e perciò rifiutabili.
Desistere dalla frustrazione non è un’ attitudine di non curanza in cui
sembriamo disprezzare l’ oggetto, ma dentro continuiamo ad accumulare
ogni volta più risentimento. Abbandonare la frustrazione è una scelta
che avviene dalla maturità di aver osservato e riflettuto su come ci
coinvolgiamo continuamente nelle situazioni che non vogliamo più vivere.
Se ascoltiamo i nostri risentimenti, essi rivelano le nostre false
speranze: siamo ancora in attesa della giustizia e del riconoscimento di
colui che ancora ci danneggia.
È come se avessimo la speranza segreta di poter fare la pace con il
nemico, di essere amati da lui. Intanto sappiamo che non si può
accontentare tutti.
Dobbiamo affrontare la realtà umana che non verremo amati da tutti. In
fin dei conti, amare è un riflesso del nostro interiore: chi ama
incondizionatamente ha già superato da molto questa necessità
(impellente) di essere amato “in qualsiasi modo”.
Sperare in rinforzi positivi come elogi e ringraziamenti da quelli che
ci frustrano è una trappola che ci rende ogni volta più prigionieri
della frustrazione.
Lascia andar via la frustrazione: dà a te stesso una nuova opportunità,
una nuova vita. Finché carichiamo il pesante carico emozionale delle
nostre frustrazioni, avremo una vita non soddisfacente.
Il segreto è mantenere il rapporto con il reale: stringi i tuoi rapporti
con quelli che realizzano quello che dicono e metti da parte quelli che
sperperano il tuo tempo.
È meglio che siamo più selettivi nei nostri rapporti: cercare di stare
con quelli che incontrano sempre una maniera di tirarci su, perché gli
fa piacere vederci su, poiché vedono nella competizione una perdita di
tempo e credono che privilegiare l’altro sia il miglior risparmio per
arricchire la nostra partecipazione in questo mondo.
Oggigiorno sono abbastanza comuni i rapporti competitivi. Molto spesso,
abbiamo imparato da piccoli a cercare relazioni che ci sfidino: il
piacere del gioco veniva dalla sfida, dalla capacità di disputare il
miglior posto, o la miglior situazione. Come quando giocavamo a
nascondino: vinceva quello che non veniva trovato perché riusciva a
rimanere da solo, zitto, nel buio. Ossia, sapeva come sopportare tutto
da solo.
Chiaro che è necessario imparare a difenderci, ma dobbiamo anche saper
creare vincoli che siano basati nell’ essere compagni; situazione in cui
ognuno dona la sua energia all’altro perché sa che vale la pena sommare
forze. Ma nella nostra società capitalistica, vediamo il mondo come una
costante minaccia, perciò tendiamo più a difenderci, che creare la
complicità che dia benefici al nostro mondo.
Pertanto dobbiamo cambiare obiettivo: smettere di competere ed imparare
a fare insieme.
Per cui dobbiamo accorgerci che abbiamo già sviluppato la nostra forza:
non ci servono più situazioni o persone che ci sfidino per poterci
ricordare quanto siamo capaci di sopportarne.
Lasceremo l’abitudine di crearci sfide per manifestare la nostra forza
interiore soltanto quando saremo in grado di usarla con l’ intenzione
chiara, cioè quando ci decideremo a non coltivare più rapporti basati
sulla dipendenza o sulla paura.
In questo modo, dobbiamo capire la differenza fra le sfide che stimolano
il nostro sviluppo e quelle che ci rendono soltanto più difensivi,
carenti e deboli.
Desistiamo da una frustrazione quando finalmente concludiamo che il
nostro impegno nella vita significa essere capaci di eliminare tutto ciò
che genera la negatività. Così, se ci offrono un piatto di riso, ma ci
dicono che c’è dentro un grano avvelenato, rifiutiamo tutto il piatto.
Possiamo addirittura rispondergli: No, grazie, di negatività sono già
sazio!
Traduzione di Isabela Bisconcini -
belabi@terra.com.br