La prima volta che ho sentito Lama Gangchen dire questa frase, stavamo
affrontando una situazione apparentemente “senza scampo”. Lui, con
calma, disse: “Non saper cosa fare, è come essere perso, di notte, in
una selva oscura. È meglio, allora, trovarsi un posto sicuro sopra un
albero e dormire fino all’alba. Quando non c’è più niente da fare,
bisogna riposare, senza dimenticarsi che il sole rinasce sempre, tutti i
giorni”.
Ci sono momenti in cui dobbiamo arrenderci dinanzi alle nostre
aspettative e desideri, perché intuitivamente sappiamo che siamo
impossibilitati di valutare correttamente qualsiasi cosa possa accadere.
Quando siamo davanti a situazioni in cui non siamo in grado di prevedere
il nostro prossimo passo, dobbiamo finalmente imparare a dire: “Adesso
non so cosa fare”. Paradossalmente, è soltanto quando riconosciamo di
non sapere, che cominciamo ad aprirci ad un’attitudine veramente nuova.
Ammettere il non sapere è il primo passo per poter sentire un gran
sollievo.
Marcia Mattos, nel suo Il Libro delle Attitudini Astrologicamente
Corrette scrive con chiarezza circa la necessità di adottare un
comportamento di autentico distacco: “Sappiamo che, in certe situazioni,
forze così poderose sono in gioco, che possiamo solo arrenderci ad esse,
e questa soggezione - o contrarietà ai propositi dell’Io - è che può
sembrarci terrificante. Il meglio da farsi davanti a tale realtà è
convergere, comunicare; mai combatterla. Sapere di fare parte del
“Grande Tutto” e non rinunciare a questa condizione, operare secondo
questo concetto, pulsando con esso cosi come un feto dentro al grande
ventre cosmico, mi sembra la miglior cosa da fare. Anziché sconfitti,
dobbiamo sentirci compresi”.
Quando la vita perde la fluidità non serve a niente stringere i tempi.
Sarebbe come accelerare una canzone senza ritmo. Fermarci, in questi
momenti, non significa perdere tempo, ma agire nel modo più efficace per
osservare meglio la natura della situazione, senza l’influenza della
nostra ansietà.
Soltanto quando lasciamo di nutrire la nostra ansietà, cominciamo a
liberarci.
Per allontanarmi dall’ansietà, cerco di vagare: vado “a spasso” con la
mente e/o il corpo!
Prima faccio qualcosa che mi permetta di lasciar vagare i pensieri senza
un destino fisso: lascio la mia mente in questa specie di vertigine,
perché so che non serve a niente esaminare i miei pensieri quando sono
inquieta. Man mano mi tranquillizzo, mi rendo conto di come ero
contaminata dall’ansietà interna. Quasi non mi accorgevo più di quello
che mi stava attorno!
Per riprendere la percezione del mondo esterno ascolto una canzone,
assisto al telegiornale, ad un film, o mi faccio un bagno aromatico...
ma cerco di fare qualcosa che non mi richieda né sforzo, né
concentrazione; cioè, qualcosa che possa essere tanto semplice quanto la
mia mente possa assimilare in quel momento. Così mi svuoto e sento
gradualmente che l’ansietà diminuisce. In questo istante alle volte
sento che tocco sottilmente il confine tra calma e melanconia. Allora,
mi rendo conto che è l’ora di fermare la contemplazione e tornare
all’azione. Altre volte, approfitto della calma conquistata per
meditare.
Davanti all’ansietà possiamo solo rilassare, ma nella presenza della
calma possiamo approfittare per meditare! Senza dubbio, questo è già un
gran passo: quando riprendiamo le redini del nostro mondo interno, siamo
in grado di scegliere dove vogliamo andare. Nel frattempo, nei momenti
in cui la nostra mente non sa dove andare, bisogna saper continuare ad
essere e, se riusciamo a seguire i consigli di Lama Gangchen, possiamo
finalmente abbandonarci e approfittare per rilassare!
Traduzione di Isabela Bisconcini -
belabi@terra.com.br